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L’errata scienza del successo

di Luca Berni, Executive Coach, Mentor & Trainer

Nel 1937 Napoleon Hill pubblicò il libro “Think and grow rich”, saggio che diede il via a tutta la moderna letteratura dedicata al “successo”. Il saggista americano studiò un gran numero di personaggi dell’epoca: imprenditori, scienziati, milionari e tante altre persone che avevano raggiunto livelli di eccellenza in ciò che facevano.

Il lavoro di Hill ha ispirato la successiva generazione di consulenti, formatori, motivatori, che hanno ciclicamente pubblicato le loro opere contenenti le regole per avere successo. Alcuni di questi autori si sono spinti a dichiarare che: “seguendo tali regole il successo è inevitabile, come il sole che sorge ogni mattina”. Questa affermazione nasce dall’osservazione che le persone che hanno raggiunto risultati straordinari hanno effettivamente alcuni schemi di comportamento ricorrenti: assumersi la responsabilità del proprio destino, avere una visione, fissare degli obiettivi, imparare dai propri errori, fare attività fisica, leggere molto, avere interessi diversi e, soprattutto, tenere duro sempre, soprattutto quando gli eventi suggerirebbero di lasciar perdere. Tali comportamenti sono talmente diffusamente riscontrabili nelle persone che fanno da ispirazione a tutta questa letteratura, che sono ormai accettati come dei veri e propri assiomi. Sia chiaro, nulla di nuovo. I grandi pensatori del passato avevano già detto e scritto tutto e questa “moderna” filosofia della realizzazione personale non è che un adattamento linguistico del loro lavoro.

Una cosa però mi sfugge. Come mai, essendo queste regole così diffusamente note, il numero delle persone che raggiunge risultati straordinari è ancora così percentualmente basso, da essere considerato statisticamente poco significativo? Come mai se l’umanità possiede la “formula magica” del successo abbiamo ancora bisogno dell’ennesimo libro su questo argomento? Naturalmente sarebbe facile rispondere che le persone, anche quelle che conoscono bene tali regole, semplicemente non le applichino o non lo facciano per il tempo sufficiente. Eppure ancora qualcosa non torna.

Facciamo due esempi. Si pensi a uno dei tanti Talent Show in giro per il mondo. Spesso vi partecipano persone che hanno grandissimo talento ed esprimono straordinari picchi di eccellenza in ciò che fanno. Persone che hanno dato tutto ciò che avevano per avere successo, ma non hanno mai “sfondato”. E non sfonderanno nemmeno dopo aver avuto la possibilità di mettersi in mostra in una vetrina mediatica così importante come un Talent Show seguito da milioni di persone.

Un esempio differente, ma altrettanto utile alla nostra riflessione è quello di Moreno Torricelli. Si tratta di un calciatore che negli anni novanta ha collezionato un palmares di vittorie di altissimo profilo, composto di: 3 Scudetti, 2 Coppe Italia, 2 Supercoppe Italiane, 1 Coppa UEFA, 1 Coppa dei Campioni, 1 Coppa Intercontinentale e 1 Supercoppa UEFA, giocando 6 stagioni con la Juventus, 4 con la Fiorentina e 2 con l’Espanyol. Eppure, il suo debutto in serie A avvenne in modo totalmente casuale. La Caratese, squadra di serie D dove militava, giocò un’amichevole contro la Juventus. Torricelli venne notato da Giovanni Trapattoni che lo volle aggregare alla Juventus in prova e dalla quale venne ben presto acquistato. Torricelli debuttò in serie A il 13 Settembre del 1992 e divenne subito titolare, dando il via a una carriera ricca di trionfi. Ma cosa sarebbe successo se quell’amichevole non si fosse mai giocata? Che ne sarebbe stato della carriera di questo giocatore? 

Partendo dagli esempi di cui sopra, possiamo supporre che sia l’artista del Talent Show, sia il calciatore si siano impegnati a fondo per avere successo, tuttavia uno dei due passa alla storia nella sua disciplina, mentre nell’altro il protagonista scompare quasi immediatamente. Perché?

La ragione di ciò risiede nell’errato studio stesso di queste regole, di quei comportamenti comuni a tutte le persone di successo che ne determinano il loro status. Cercherò di spiegare questo errore prendendo in prestito un esempio portato dall’astrofisico Neil deGrasse Tyson. Immaginate di prendere un campione di mille persone, scelte a caso. Data a ciascuna di loro una moneta e chiedete loro di lanciarla in aria una volta. Eliminate dal gioco tutti quelli che avranno ottenuto croce. Statisticamente rimarranno circa cinquecento persone. Ripetete l’esperimento eliminando sempre tutti coloro che hanno ottenuto croce. Supponiamo che dopo dieci lanci sia rimasta una sola persona che viene proclamato vincitore. Se questa persona viene messa sotto i riflettori cercherà a tutti i costi di dare una spiegazione alla sua performance straordinaria.

Qui interviene un processo involontario. Gli esseri umani hanno una necessità inconscia di unicità, hanno bisogno di sentirsi e vedersi diversi, e nel momento in cui raggiungono un risultato straordinario cercano nella loro unicità le ragioni di tale successo. Se subito dopo la gara di testa o croce intervistiamo il nostro vincitore e lo mettiamo un po’ sotto pressione, automaticamente cercherà di motivare ciò che lo ha portato a vincere: la sua concentrazione, la sua voglia di vincere, la sua focalizzazione sul risultato, la sua determinazione, eccetera. E potrebbe addirittura ergersi ad esempio per gli altri con un, più o meno celato: “fate come me e vedrete che vincerete le gare di testa o croce!”. Ma sappiamo bene che si è trattato solo di pura casualità.

Questo esempio descrive un sistema molto semplice, con una sola variabile: testa o croce. Immaginiamo un sistema complesso come potrebbe essere quello dell’avvio di un’attività di grande successo. Le variabili sono infinitamente più numerose, motivo per il quale il successo non è prevedibile in alcun modo, nonostante quanto qualcuno si ostini a sostenere. Se è vero che “uno su mille ce la fa” adottando i comportamenti giusti, tra i 999 che non hanno raggiunto il successo ce ne saranno molti che hanno adottato gli stessi comportamenti, che hanno lanciato la moneta allo stesso modo, ma che non sono arrivati fino in fondo. Non lo sapremo mai quello che hanno fatto, perché nessuno si cura di loro, nessuno li studia, nessuno studia l’insuccesso perché siamo alla ricerca del “fattore determinante”, la regola rispettando la quale tutto funziona. Ma un mondo complesso – che diventa sempre più complesso – sfugge a ogni regola deterministica e rispetta solo quelle statistiche. Per questo possiamo dire che le regole del successo sono condizione necessaria, ma non sufficiente per emergere in modo straordinario e il resto lo fa il caso, la statistica, il fattore imponderabile che fa di un calciatore dilettante un campione e di un cantante talentoso un signor nessuno, non importa quanto si siano impegnati nella loro vita.

E se qualcuno volesse utilizzare queste argomentazioni come ennesima scusa del proprio insuccesso, ha frainteso l’intento. L’idea è che nella vita non basta adottare le “note” regole di comportamento di chi ha raggiunto l’eccellenza, ma bisogna inventarsi sempre qualcosa in più per “battere” anche la statistica.

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