Formazione finanziata: un bene o un male?

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FORMAZIONE FINANZIATA: UN BENE O UN MALE?

 

A oltre vent’anni dall’introduzione dei fondi interprofessionali destinati alla formazione, può essere il momento giusto per tirare le somme e rispondere alla domanda: l’introduzione di questi fondi è stata un bene per lo sviluppo delle attività formative nelle aziende?

La risposta non è semplice, perché in tutti questi anni si sono vissute varie fasi. Oggi possiamo dire di essere nella fase della maturità: i fondi sono ben conosciuti, come sono conosciute le peculiarità di ciascuno di essi.

I fondi erano stati pensati per favorire lo sviluppo delle attività formative in azienda, capitolo rispetto al quale c’era una storica arretratezza rispetto ai Paesi con cui normalmente ci confrontiamo. L’intento era quello di supportare le aziende nel creare “un’abitudine” alla formazione, facendo entrare quest’attività tra quelle “consuete” dell’organizzazione.

Dove siamo arrivati?

Se sul breve termine la possibilità di finanziare la formazione ha creato opportunità sia per le imprese che per i professionisti delle attività formative, purtroppo sul lungo periodo ha creato, o rinforzato, un’errata cultura della formazione che non ha migliorato le cose, quando non le ha addirittura peggiorate.

Ciò che, come operatore del settore, osservo oggi è che sempre più aziende che intercettano un’esigenza formativa, utilizzano come leva decisionale la possibilità di finanziare l’intervento. Se ci sono fondi a disposizione l’azienda procede, altrimenti lo rimanda o lo annulla. Questo è figlio dell’idea ancora tanto, troppo diffusa e mai confessata, che la formazione sia un costo e non un investimento per l’organizzazione.

Aggiornare, sviluppare, accrescere le competenze in azienda, ancora oggi, non è una voce inserita strutturalmente nel bilancio, ma un’attività accessoria, un “lusso” che ci si permette solo quando non risulti un costo. Prova di questo è che le aziende che vivono un momento di crisi, o di riduzione dei ricavi, la prima attività che sopprimono è proprio quella formativa. Il paradosso sta nel fatto che (forse) proprio le aziende in crisi potrebbero avere più bisogno di evolvere attraverso l’acquisizione di nuove competenze, magari acquisibili da percorsi formativi.

Questa cultura, o meglio, la “non cultura” della formazione è talmente radicata, che anche realtà che realizzano guadagni di decine di milioni anno, faticano ad approvare interventi di poche migliaia di euro se non finanziati, cifre che non avrebbero alcun impatto sul conto economico di fine anno.

Un’altra considerazione, mia personale, riguarda il modo in cui sono utilizzati questi fondi. Una buona parte sono utilizzati per finanziare la formazione obbligatoria. Io credo, ma è una mia opinione, che dal momento che si tratta di formazione per preservare la sicurezza e la salute sul posto di lavoro, questa debba essere totalmente a carico dell’impresa, in quanto attività “strutturale” della vita della stessa. Così facendo, si potrebbero liberare fondi destinati alla vera crescita delle competenze.

In conclusione, i fondi sono stati un buon incentivo, ma è necessaria una vera operazione culturale che riguarda la formazione. Un’operazione che vada al di là dei retorici proclami pubblici, in cui tutti si dichiarano a favore della formazione e ne sottolineano l’importanza, e che convinca Imprenditori e Manager che formare le persone in azienda sia un’attività strategica di basilare importanza per la sopravvivenza e la prosperità delle loro imprese. D’altro canto, il mondo della formazione deve far crescere il suo livello qualitativo, in modo da offrire prodotti che non rimangano sterili esercizi accademici, ma possano avere un significativo impatto sulla vita delle persone e delle organizzazioni.

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